Indipendentismo,
marzo 10, 2010 on 5:22 am | In COSE D'ITALIA | No Commentsdi Salvatore Parlagreco
(riportiamo l’articolo di Salvatore Parlagreco publicato su SiciliaInformazioni )
Jerome Ferrante, ex sottufficiale dell’Arma dei Carabinieri, palermitano, elesse come sede diplomatica del governo siciliano in esilio l’Hotel Etna di sua proprietà, sul boulevard Voltaire 14, al cospetto della stazione Saint Charles di Marsiglia. Sulla vistosa targa, all’ingresso dello stabile, scrisse: «Statu di Sicilia — Libbiru Governu Siciliano — Consiglio d’Europa».
L’episodio provocò sorrisi e qualche sfottò, ma anche compiacimento ed attenzione. La Sicilia come comunità di destino o come comunità di carattere si rivela nel bisogno di una identità ed insieme nel suo rifiuto. Una contraddizione, solo una delle tante. Eppure il Vespro e il separatismo sono i riferimenti costanti della sicilianità al pari del gallismo brancatiano e del gattopardismo. Vicende di segno diverso ma assimilabili nel bisogno inespresso di identità.
La patria siciliana si può cogliere attraverso una lettura obliqua della sua storia o una dimensione immaginaria.
Mariano Vinciguerra lavorò decenni per dimostrare che «la Sicilia fu sempre isola e mai giunta all’Italia». E il catechismo sicilianista, attribuito a Michele Amari, rende merito a Dio «che stenda la Sicilia d’ogni intorni i mari per segnarla da tutta altra terra». L’insularismo è uno stato d’animo che sospinge verso l’interno e costruisce fatalità esteriori per spiegare la storia.
Ma a fare l’identità siciliana non sono solo i siciliani, anzi.
Viollet Le Due, accademico di Francia, sostenne un secolo fa con convinzione che «finché ci sarà un siciliano in Sicilia, egli non abdicherà mai alla sua antica nazionalità». E Carlo Marx, suo contemporaneo, scriveva sul Daily Tribune di New York che «nessuna terra e nessun popolo hanno lottato così instancabilmente per la loro emancipazione come la Sicilia e i siciliani».
Nel corso della storia il «sentirsi popolo e nazione» dei siciliani ha guadagnato alcuni favori, ma ha anche raccolto avversioni irriducibili: questa aspirazione – come definirla altrimenti? – è stata duramente criticata, negata o semplicemente ignorata.
Massimo Fini, concludendo la sua inchiesta sul separatismo siciliano, scrive che «per metà dei siciliani, il sicilianismo e l’idea di nazione esistono e vanno difesi, per l’altra metà tutto questo non è che il segno di un intollerabile provincialismo». E si chiede, pertanto, se queste nostalgie di una Sicilia nazione non siano altro, come pretende lo scettico Principe di Salina, «dei sinistri tentativi di rituffarsi in un passato che attrae solo perché è morto».
Lo storico siciliano Rosario Romeo nega che la sua terra possa meritare ancora oggi l’appellativo di nazione («lo è stata, ma non esiste più»). Marcello Cimino, autore di «Fine di una nazione», data la scomparsa della nazionalità siciliana negli anni cinquanta, quando l’isola assiste impotente al suo declino, alla subordinazione coloniale del suo territorio, e diviene la pattumiera del Paese a causa delle industrie peltrolchimiche.
Massimo Ganci, altro storico siciliano, autore de «La Sicilia Nazione», giudica al contrario che la nazione siciliana è una realtà, «perché il popolo siciliano ha vinto la sola battaglia che meritasse di essere combattuta, quella della cultura, riuscendo a conservare la propria identità attraverso i millenni, nonostante il giogo di molte dominazioni». Opinione questa, che ha avuto insospettabili precedenti. Antonio Gramsci, fra gli altri, riconobbe per esempio i caratteri differenziali assai profondi della Sicilia rispetto al Mezzogiorno e il Memorandum del 1896 della Federazione socialista di Palermo al Commissario governativo descrisse una Sicilia «mai disgregata e confusa con alcun altro paese».
Ma l’episodio più recente di questa diversità di opinioni è forse il governo di Silvio Milazzo del 1958, che al Nord è ricordato come la testimonianza esemplare dell’intrallazzo politico per via della alleanza fra destra e sinistra, mentre in Sicilia molti, come l’onorevole Ludovico Corrao, lo considerano «un sussulto della permanente aspirazione del popolo siciliano all’indipendenza».
La questione siciliana si snoda nel racconto di viaggiatori e storici come un rosario di contraddittorie osservazioni. La Sicilia di Alcibiade è una terra di nessuno, le città brulicanti di uomini e razze diverse, senza patria né armi di difesa, preoccupati di procurarsi a spese dell’erario ciò che ritengono utile al fine di stabilire la loro dimora, ove necessario. La Sicilia di Tucidide è abitata da un popolo amante delle comodità più che del bene pubblico; la Sicilia del Duca di Ossuna, nel 1616, è un regno che rifiuta Dio e Sua Maestà e quella di Martorana «un luogo in cui né le Crociate, né le leggi, né le ideologie hanno mai trovato terreno favorevole a causa del fatto che si passa con facilità dall’una all’altra religione».
Il popolo siciliano di Edmondo De Amicis è «debole, mutevole nella volontà, facile egualmente all’entusiasmo ed allo scetticismo, eroico nei suoi impeti generosi, eppure capace di ferire a morte i suoi governanti di fine ingegno». Il popolo siciliano di Tomasi di Lampedusa crede di avere un passato imperiale che gli dia diritto a funerali sontuosi.
Il Vespro del siciliano Elio Vittorini racconta «un popolo inarticolato che dal primo suddito non barone all’ultimo servo di barone» legato all’idea monarchica, perché tenendolo unito «entro la sedentaria continuità feriale, separato da tutto il resto dei popoli e degli uomini, sembra addirittura proteggerlo».
L’indipendentismo, il separatismo, l’autonomismo, il partito siciliano, la nostalgia della patria siciliana, che spesso nascono e muoiono sulle pagine della volubile informazione quotidiana, vengono giudicati con severità: un modo furbo per rivendicare prebende e privilegi, uno strumento ingegnoso per vivere fuori dalle regole dello Stato, un comodo alibi per quanti considerano l’isola una fastidiosa appendice estranea alla vita della nazione italiana.
Oggi i siciliani non hanno amor di patria siciliana. Considerano anacronistico l’indipendentismo, una pagina lontana di storia il separatismo, e guardano con sospetto l’autonomismo.
Le ragioni? Sono sotto gli occhi di tutti. La specialità è stata un’occasione perduta. Finora.
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