GIALLO
marzo 20, 2008 on 11:33 am | In LIBRI & LETTERATURA | No CommentsAmo condividere i libri che amo con le persone che amo. E questo è stato un libro che ho amato.
Quello di Santi Piazzese è un libro di cui, chi abita in questa regione, calpesta questi luoghi, frequenta questi ambienti, sente gli odori, sente i rumori, sente gli umori. Ci senti dentro il dialetto dell’anima, l’odore dei tuoi passi. Per gli altri non rimane che mettersi pazientemente in ascolto e cercare di comprendere. Come dice lo scrittore stesso: “Voi non ne avete colpa”…
“I delitti di via Medina-Sidonia” è un libro dalla scrittura agile, nervosa, che usa il paradosso e le immagini fantasiose come un chitarrista virtuoso che si lascia andare ad assoli intimisti o a un sassofonista da metrò che suona all’angolo delle sue fantasie, della sua arte e della sua bellezza.
Tutto si svolge a Palermo. La città descritta è lenta e sottile, indolente e tagliente, aristocratica e oppressiva, con slanci di pura nobiltà e profonde abiure, una storia atavica di eroismi e di viltà. E’ la città che sintetizza quel Mediterraneo formato da Barcellona, Marsiglia, Genova, Napoli, Spalato, Atene, Istambul, Alessandria, Tripoli e Tunisi e che ritorna intrisa di tutti questi luoghi a Palermo.
Allo stadio griderebbero che Santo Piazzese è “Uno di noi”. E’ colto, ha il gusto per l’ironia e la dissacrazione, ama i libri, la musica, i film e le donne. E’ un romantico ma razionale, un intimista ma allegro giullare.
Voi leggete “I delitti di via Medina-Sidonia” e vi sembra di averlo accanto a voi, seduto ad un tavolo di una trattoria, una di quelle vicino al mercato, che vi parla, come tra vecchi amici, sbottonato, aperto diretto, allegro anche nell’amarezza.
Ce l’avete presente quell’amico che c’è in tutte le tavole al ristorante quando si va con la comitiva di vecchi amici a cena? Quello a cui piace essere al centro dell’attenzione, quello che catalizza la serata? Ma, non con pesantezza, anzi, con una gran facilità di interessare le persone al suo racconto, una grande capacità di farle ridere mentre racconta le sue storie, anche le più serie o dolorose?
Ecco, questo è “I delitti di via Medina-Sidonia”.
Sarà quel rivolgersi a noi, all’io leggente, direttamente, senza barriere o inframezzature che ce lo fa sentire così vicino. Lo stile narrativo di questo libro è quello che prima di tutto ipnotizza. Di raccontare le cose non in modo tridimensionale ma da una “quarta dimensione”. Tutta siciliana. Con l’uso massiccio dell’umorismo, del sarcasmo e del cinismo di chi fa a gara a chi è più “sperto”, più intelligente, più rapido, più arguto.
La scrittura di Piazzese cerca sempre di suscitare un sorriso o una risata attraverso il paradosso, giocando con le parole come se fossero le tre palle da lanciare in aria: all’apparenza uno spettacolo povero che invece richiede una grandissima tecnica e capacità affinché diventi efficace al pubblico.
Questo libro di Piazzese trasuda di immanentismo siciliano in cui l’umorismo dissacratore non lascia spazio a sentimentalismi o gentilezze di maniera, ma nella sua rudezza “incivile” e nel suo apparente cinismo è più vera, profonda ed amorevole di qualsiasi sdolcinato buonismo.
La scrittura di Piazzese la puoi vedere. Parla di luoghi reali dove abbiamo camminato. La puoi ascoltare. Ad ogni pagina c’è un riferimento a una canzone, a una musica. Dice Piazzese nel suo libro: “…c’è quasi sempre un nesso tra quello che faccio e quello che il mio hi-fi mentale mi trasmette, minuto per minuto….”
A volte la sua scrittura suscita una risata amara, a volte una risata dolce, di pancia, come al ristorante con la tovaglia a quadretti rossa e il bicchiere ancora mezzo pieno sul tavolo e la frittura di calamaretti accanto. Come quell’agrodolce introdotto dagli arabi che tanto hanno caratterizzato la sua città e i suoi abitanti.
Nella sua scrittura, Piazzese, dice e non dice o dice a chi ha l’intelligenza di capire. Il libro gronda di battute e giochi di parole “in sichitanza”, senza soluzione di continuità. Quasi fosse un mania convulsiva quella di Piazzese. Ma mai scontata. Anzi, questa scrittura ti sorprende ad ogni pagina, ad ogni paragrafo.
La storia è un giallo o un noir, se è possibile concepire il noir con la luce d’agosto a Palermo. Un giallo in cui si intrecciano vecchi amori sempre presenti e dalla cicatrice permanente e una colonna sonora suggerita da Piazzese stesso: il libro si legge come un film ed, guardando le immagini, si ascolta la colonna sonora. Se la si conosce. E questo limita il gusto ad un pugno di adepti. Il protagonista ha sempre una canzone in mente: “La mia emittente dei piani superiori”, come la definisce lui stesso. Solo nel primo capitolo si ascolta Mood Indigo nella versione con Rose Mary Clooney vocalist, Blue in green nella versione di Charlie Haden con Ernie Watts al sax tenore, Scandalo al sole, Ascensore per il patibolo di Miles Davis, Love me or leave me cantata da Billie Holiday, Strange fruit sempre cantata da Billie Holiday, My funny Valantine nella versione di Chet Baker, Franks wild years di Tom Waits, Bandiera Rossa e Blues in the night.
La scrittura si fa crepitante quando descrive il nervosismo e l’imbarazzo del primo incontro con la sua ex “significativa” dopo tanti anni. Così come si riempie di fiele, dissacrazione, risentimento (verso il dipanarsi dei fatti della sua vita) quando descrive il marito di lei. Ma rimane sempre immaginativa, fantasiosa, anche grazie all’uso dei verbi senza apparente nesso fra loro, presi a prestito da altri registri linguistici o da altri usi pragmatici.
Il protagonista, anche se miope, con gli “occhialini spessi” e non particolarmente attraente, è uno simpatico, uno che probabilmente supplisce una certa mancanza di bellezza con forti dosi di auto-ironia.
Vi propongo qui di seguito alcuni passaggi del primo capitolo perché di un giallo si può raccontare l’inizio, ma non la trama, né tanto meno il finale. Sicuro che li gusterete meglio se li leggerete con un gelato in mano….
(a proposito del tempo atmosferico a Palermo in estate)
La storia comincia con una sciroccata, che del tempo atmosferico è contemporaneamente la parte dramma e la parte commedia. Forse che Dio, quando soffiò la vita in un Adamo di creta, non la soffiò da sud-est? Così lo scirocco nacque prima di Adamo. La Genesi non ne fa cenno: era troppo ovvio.
E se non lo capite al tramonto, quando l’aria è ferma, né calda né fresca e vi si drizzano i peli delle braccia, e sembrano crepitare, se non badate ai rumori che vi arrivano da più lontano, se non vi dice niente il colore viola delle montagne e d’oro che cola dalle pietre della Cattedrale, se ignorate le bordate rosso-rubino che il sole vi spara da dietro le guglie di San Domenico, se proprio non lo capite che sta arrivando, allora vuol dire che siete forestieri. Non che sia grave. Voi non ne avete colpa.
(…)
Quando c’è scirocco si fa sentire il leone. No, non sono le voci della savana che arrivano dalle coste africane, spinte dal vento del sud. Non esageriamo. Il fatto è che in fondo ai Giardini, al confine sud, proprio sotto il muro di cinta, c’è una gabbia con un leone dentro. Un leone anziano e stremato. Che l’Africa non l’ha vista mai, nemmeno dipinta. Sono sicuro che l’anno messo in gabbia più che altro per proteggere lui contro il mondo esterno, non già viceversa. Chi sa cosa gli passa per la testa con lo scirocco. Forse sbiella anche lui come tutti. O magari sente solo lui gli odori che il vento si porta dietro dall’Africa, e che il Mediterraneo non riesce a disperdere del tutto. Che sia per questo o per qualche alchimia genetica che mi sfugge, succede che quando c’è scirocco il leone ruggisce che è un piacere.
(un esempio a proposito di scrittura umoristica ed allusiva):
Ed è per questo che quel mattino, al primo ruggire, mi ero ritrovato naso contro il vetro a guardare fuori e a mormorare la parola di sette lettere che ogni siciliano che si rispetti smozzica, grida, sussurra, eufemizza, un centinaio di volte al giorno. E che è il minimo che si possa mormorare alla vista di un impiccato oscillante sulla bisettrice sud-est/nord-ovest dove normalmente non vedreste che ramaglie.
(un esempio a proposito di scrittura umoristica e graffiante):
Ricordo ancora la faccia e il commento di Ruggero Montalbani, Professore e Gentiluomo di Vecchio Stampo, con doppio petto fumo di Londra e qualche decilitro di sangue blu in circolo.
(ancora un esempio di scrittura umoristica ed allusiva):
Cannarozzo ha più di settant’anni, ma lo dovreste vedere quando si inerpica sugli alberi per la potatura. E’ una vera istituzione. Non c’è studente che per l’identificazione delle piante selvatiche non sia passato per le sue mani. E, in termini meno metaforici, si dice anche parecchie studentesse.
(a proposito di autoironia):
Se credete che solo perché ci troviamo a queste latitudini uno si limiti a chiamare la polizia, gridare al morto, sbattere giù il telefono e amen, vi sbagliate di grosso. Specialmente, se quell’uomo è un ex-sessantottino colto, intelligente, raffinato, ironico, e autoconsapevole (che ve ne pare come autoritratto? Aggiungete che quando la luce mi colpisce in un certo modo, sembro quasi bello, come dice di sé Peter O’Toole nel film Ciao Pussycat. Il cinema è una delle mie manie. Però lui, O’Toole, è biondo, mentre io sono scuro come il diavolo. Tanto per vostra informazione).
(l’umorismo):
La nostra reciproca conoscenza e amicizia iniziò nel modo più casuale: una mattina ci trovammo a correre, fianco a fianco, facendo lo slalom tra le colonne dell’atrio dell’Università centrale, mentre una mezza dozzina di neri ci inseguiva. Ali ai piedi contro mazze alla mano. Ciò che quelli non erano. Alla mano, intendo.
Un detto locale, molto saggio, che fornisco tradotto nella lingua che abbiamo in comune, proclama che fuggire è vergogna, ma è salvamento di vita. E così fu.
(dialogo tipico di due cari amici in Sicilia: scarno, falsamente infastidito, irridente e irriverente):
- Spotorno.
- Vittorio? Sono Lorenzo.
- Ti è scaduto il passaporto?
- Ma quale passaporto, Vitto’, qua c’è un morto.
- Che morto? Dove?
- E che ne so io che morto! Per quello che posso vedere da qui, è ancora appeso all’albero.
- Ma di che albero parli? Ti sei fumato il cervello? Da dove chiami?
- Dove vuoi che sia? Nella mia stanza, no? Io. Lui sta fuori, il morto. Dentro i Giardini Botanici. Che parlo, turco?
(il ritratto dell’amico commissario Spotorno):
Ci misero sette minuti. Miracoli del caldo che aveva dimezzato il traffico, e delle sirene, che annullano i semafori. Arrivarono con un’Alfetta marrone. Neanche il tempo di frenare e già Spotorno era a terra, preceduto dalla solita aura di scocciata efficienza e seguito da un paio di questurini. Caracollò verso di me, con il suo vestito di lino marrone da sbirro, l’andatura da scànsati o attento i calli, e la rasatura scarnificante sulla faccia extra strong.
(l’umorismo ricercato invece della banale descrizione dei fatti):
Ho schivato il servizio militare con reciproca soddisfazione – mia e della Patria – e, in più, mi allevo gioiosamente un’idiosincrasia connaturata contro tutto quello che è formale, burocratico, gerarchizzato, numerato, catalogato, archiviato, incasellato, impolverato, decaffeinato, o anche solo noioso.
(il ritratto dell’amico commissario Spotorno e di Palermo):
Il fatto che si fosse scomodato di persona per una faccenduola del genere non corrispondeva certo all’idea che ci si fa di un pezzo grosso. Magari era una giornata di fiacca, nella capitale del crimine. (…)
Aggiungete che, quando l’avevo conosciuto io, il futuro commissario Spotorno, attuale punta di diamante degli apparati investigativi locali, aveva persino un accenno di erre moscia. E poiché era un po’ misogino, alcune lingue velenose insinuavano pure che non fosse solo questione di erre. Poco dopo la laurea Vittorio, in un colpo solo, aveva perso la erre e trovato moglie. E non conosco nessuno tanto temerario da mettere in dubbio la legittimità biologica dei due somigliantissimi eredi che si ritrova.
(altro pezzo di dialogo di “sicilianità” tipicamente ponentina):
Avevamo quasi raggiunto il ficus, quando vidi Don Mimì che arrivava dalla parte opposta, trascinando una scala di legno, da giardiniere (…)
Anche Spotorno lo aveva avvistato:
- Tu chi sei?
- Cannarozzo Domenico, fu Onofrio. E non abbiamo fatto il soldato insieme – ribatté secco.
Sessanta chili scarsi di dignità offesa.
- Si metta lì e non tocchi niente. E si tenga pronto per la deposizione.
- Ma quale deposizione? Che devo depositare, l’uovo? Mi ha preso per un’anitra? O per una gallina?
Di solito Don Mimì si esprime in perfetto vernacolo panormita. Quando vuole, però, sa essere asciutto, tagliente, ed efficace, anche in un italiano accettabile, frutto delle innumerevoli frequentazioni accademiche subìte nel corso dell’ultimo mezzo secolo.
….
- E lei lo conosceva, Cannarozzo?
- E chi l’ha visto mai?
Certo Don Mimì aveva avuto più tempo di me per studiare il defunto. Senza contare che, da buon imbalsamatore dilettante, non doveva patire delle mie schifiltosità. Ancora oggi sono convinto che lui, nell’impiccato morto, l’avesse riconosciuto Raffaele. E’ che Don Mimì non da confidenza a nessuno. Figurarsi a uno sbirro che non mostra segno alcuno di rispetto formale, nemmeno nel territorio altrui.
(l’incontro con la ex “significativa”, Michelle, mai dimenticata):
La riconobbi subito, nonostante gli occhiali da sole, il look professcional, i riflessi all’henné, e i dieci e passa ani da che non ci vedevamo. Sicuro che la riconobbi. (…)
Primo, lei era viva, visibilmente viva (mortalmente viva, potrei aggiungere, se non fosse che detesto Spillane, e che sto cercando di tenere sotto controllo una certa tendenza a scivolare negli ossimori). Secondo, guardarla non mi creava alcun problema. Avrei potuto farlo per ore. Terzo, anche lei mi aveva riconosciuto. (Quarto, quinto, sesto: c’era da dubitarne?)
- Ciao, Lorenzo.
La sua voce si era ispessita. Le sigarette probabilmente.
- Bonjour, Michelle.
Michelle Laurent. Doppio bacio sulle guance. Noto aroma di Amazone (un bikini a fiori e un costume da bagno nero, da uomo, appesi ad asciugare contro un muro imbiancato a calce. Accanto, ghirlande di pomodoro seccano e persiane blu, semichiuse. Sole basso, verso l’ovest. Colonna sonora: una cicala mezzo soprano, solitaria e intermittente. Uno spot dell’Ente Turismo, più che un flashback).
Seguirono banalità assortite, sfornate con diligenza per l’imbarazzo di non sapere che altro dire e per la presenza di Spotorno con annessi e connessi vari.
(ancora sull’umorismo):
Il buon vecchio Spotorno, di francese, non ne mastica una cicca, lo sanno tutti. Amalia se lo ricorda ancora il mitico voiture photographique di Vittorio, quando, il viaggio di nozze a Parigi, lui aveva chiesto a un passante la cortesia di uno scatto con la Pentax.
…
(a proposito di Michelle):
Il francese lo parla appena più che decentemente, perché è nata a palermo e ci ha sempre vissuto. Salvo proclamare di essere francese, quando la fermano i vigili per contestarle gli atti di teppismo automobilistico che le erano consueti quando ancora ci frequentavamo.
(a proposito di Palermo):
In silenzio, avanzammo di nuovo verso il Ficus. Che non è un albero come tutti gli altri, essendo quasi un monumento nazionale. Se non altro per l’età, di non so quanti mila anni. Ma anche perché con tutti quei pinnacoli, guglie, anfratti e quinte, regge il confronto con la Sagrada Famiglia di Barcellona. E se mettete nel mazzo anche i sedili che i giardinieri si sono divertiti a segare e scolpire qua e là nelle enormi radici avventizie, capirete che sorta di scenario si era scelto quel povero bastardo per tirare gli ultimi. Già che c’era, si poteva impiccare alla navata centrale del Duomo di Monreale.
(…)
I due giardini sembravano fatti con lo stampino, compresa la somiglianza tra le distinte tribù di bipedi antropomorfi che li frequentano.
Arrivò anche il magistrato, un pivello dai baffetti radi, con una faccia da onanista all’ultimo stadio, appesa a un paio di enormi orecchie volenterose ma torpide.
(…)
Il mare di Mondello, quando lo scirocco lo spiana , sembra un documentario sui tropici. E’ per via dei colori netti, con una prevalenza del verde smeraldo e improvvise lame di blu indaco. Come rumore verso cui mi lasciavo masochisticamente virare. Mi sorpresi a fischiettarlo mentalmente Mood Indigo. Ripresi il controllo diretto della situazione imponendo un’edizione ellingtoniana del ’50. Cambiava tutta la prospettiva della giornata. Per la verità, avrei anche potuto scegliere Blue in Green , la versione di Charlie Haden con Ernie Watts al sax tenore. Ma si sarebbero rischiate le lacrime. Parcheggiai vicino alla piazza del paese, al limite della zona rimozione, e ci appostammo all’aperto, a uno dei tavolini di un bar, sotto la tettoia. Campari Soda, pastis, salatini ed extra sistole.
Appena il cameriere ci voltò le spalle attaccammo a parlare contemporaneamente:
- Allora, che…
Stessa partenza. Riso nervoso di entrambi. Controviraggio di umore. Smisi lo sguardo elusivo e le studiai il viso con calma. Niente di nuovo o quasi. Tre ruchette da poco, orizzontali, sulla fronte. Si tolse gli occhiali da sole. Niente trucco in vista, un’illusione d’ombra sotto le palpebre, occhi del colore che doveva avere l’universo un istante prima del big bang.
(l’incontro con l’ex-mai dimenticata)
Di lei sapevo poco, ormai, a parte il brillante ruolo pubblico di medico dei morti ammazzati. E a parte il suo matrimonio con uno che aveva vent’anni più di lei, e trenta chili più di me, tutt’intorno all’ombelico.
- E la famiglia?
Michelle ne aveva decodificato con esattezza il senso: la famiglia era solo il bastardo pallone gonfiato che si era preso come consorte.
- Vuoi sapere come va il mio matrimonio.
Mi sentii depresso fino agli alluci. E trionfante fino alle punte dei capelli.
- Tu sei sempre scapolo, lo so….
- Single, prego. La parola scapolo mi fa pensare a una zitella al maschile. Sa di non volontario. Single è una scelta di vita.
- E che fai di bello nella vita, oltre a giocare al single?
- Allevo ciprinidi.
- Che roba è?
- Pesci rossi.
- Balle!
- E’ la cosa più seria che ho concluso negli ultimi due anni: ho tenuto in vita per una settimana il pesce rosso di mio nipote Peppino, dopo che l’avevano messo nella Coca Cola. Poi è morto, e l’hanno seppellito nel freezer di un supermercato, in una scatola di merluzzi Findus, segretamente. Si chiamava Peluffo.
(a proposito del marito dell’ex-mai dimenticata con sarcasmo vendicativo di chi crede di aver subito un torto dalla vita):
Sembra che lui non rincasi mai prima di sera. A pranzo consuma in clinica la propria razione di lingotti d’oro e carne umana, lo stacanovista dello specillo.
(su Palermo, il tempo e il suo incontro con la sua ex):
Di nuovo fuori, dentro l’inferno: arsi, consumanti, persi. Lo scirocco sembrava voler esaurire in un solo giorno tutto il monte-gradi disponibile per l’intera stagione. (…)
Risalii di bolina per Viale Regina Margherita, verso Piazza Leoni. In primavera dovevano aver concimato i cartelloni pubblicitari, che avevano prolificato lungo la discesa per Valdesi. Infilai Via Libertà, fino all’estuario di Piazza Castelnuovo. Vortici di foglie di platano e cartacce in volo planato. (…) Dove volevo arrivare? Metaforicamente, s’intende, ché, topograficamente il mio pilota automatico sapeva bene dove andare.
(a proposito di autoironia):
Ordinai i caffè. Michelle accese la seconda sigaretta.
- Fumi di meno, mi pare.
- Si. Anche tu, però…
- ho quasi smesso. Sigarette e ossimori.
- E’ segno di squilibrio tra la parte destra e la parte sinistra del cervello. L’abuso di ossimori, dico.
- Sì. Ed è perché ho saltato la scuola materna, l’asilo e la primina,
- Uh! E il lavoro?
- Una meraviglia. Sono pieno di idee così veloci che non faccio in tempo ad afferrarle. E nemmeno a vederle. Idee avanzatissime, che fluttuano sempre mezzo chilometro davanti a me. E la miopia non aiuta, lo sai. C’è qualcosa di psicogeno nelle miopie. E di sindacale.
- Non farla così tragica.
- In compenso mi si acuisce l’udito. Talvolta, di notte, solo nel mio letto di single, al buio, posso sentire il suono dei miei neuroni che si annichiliscono. E’ una specie di swish prolungato. Swish, e un paio di centinaia di miei neuroni migliori avvizziscono come lattughe, swish, e un altro paio di centinaia di quelli buoni è andato.
(ancora sull’incontro con la ex Michelle, mai dimenticata):
Restammo ancora in silenzio. Un bel silenzio intelligente. Appena arrivarono i caffé, Michelle ritrovò la parola, e sparò la domanda che teneva in gestazione fin dagli aperitivi:
- Come va il movimento femminista?
- Il turnover è basso, ma non mi lamento.
- Qualcuna in particolare?
- Lo sai come sono io. Quando ne ho una per le mani me ne mancano sempre altre novantanove per sentirmi a posto.
- Sei il solito sbruffone; mai che si possa fare un discorso serio con te.
(sul marito dell’ex-mai dimenticata con sarcasmo vendicativo di chi crede di aver subito un torto dalla vita):
Nessuno. E non in senso omerico. Un vero pallone gonfiato, anche a non tener conto del volume cospicuo dell’Ego smisurato che lo avvolge come un involucro di gas metilico, unico Ego di mia conoscenza visibile a occhio nudo da ogni punto del cosmo.
Michelle scese dalla macchina. Il principe dei guardoni delle intimità altrui (ndr. il marito dell’ex è urologo) non si guardò neppure intorno. Si avviò verso il portoncino e lo aprì in tempo per essere raggiunto da lei, lo tenne spalancato per lasciarla passare, e lo varco a sua volta, chiudendolo dietro di sé con un rumore sinistro che mi evocò immagini di filo spinato e cavalli di Frisia. Tutto senza lanciare nemmeno un’occhiata di striscio verso di me. Semplicemente non gliene fregava niente di sapere chi accompagnava a casa la sua legittima, dopo aver passato l’intera giornata con lei.
Se ci ripenso, mi torna il sangue agli occhi. Se una come Michelle fosse la mia donna, io sarei geloso persino dei suoi sogni. Forse il comportamento del pallone gonfiato non era che il sottoprodotto tipico di un qualunque matrimonio standard. Faceva venire voglia di piantargliene in fronte un paio di quelle ramificate e lunghe da qua a là. Magari non gliene fregava niente neanche di questo. Feci il voto di appurarlo.
(sulla musica, la letteratura e Spotorno):
La tromba di Miles mi lascio una voragine di struggimento tra l’epiglottide e il piloro. E scusate se è poco. Il mio amico sbirro l’avrebbe attribuita a carenza alimentare. Questa è un’altra differenza tra lui e me: se qualcuno cita McDonald io penso subito a Lew Archer; a Spotorno verrebbe solo in mente un BigMac al sangue.
(sulla musica):
Io però non mi stupii. Lo sapevo che non era una coincidenza. La scelta di un disco è come uno strip-tease dell’anima.
(sul tempo atmosferico a Palermo in estate):
Lo scirocco aveva preso completamente possesso della vecchia Palermo, sfoderando tutte le sue armi calibro 45 C°, capaci di perforare qualunque corazza.
(su di sé con auto-ironia):
Quando sono solo non cucino quasi mai. Se ci sono ospiti, capita che decida di lanciarmi in personali e amorali interpretazioni della cucina mediterranea. (…) Tutti però riconoscono che ne ho fatta di strada, dai tempi delle Grandi Occupazioni, quando avevo tentato di intossicare mezzo Comitato di Lotta, con la prima esecuzione pubblica di una pastasciutta coi piselli in scatola, fulmineamente battezzata Give peas a chance, proprio dal mio defunto (ma ancora non lo sapevo) amico Raffaele.
(su di sé e l’amico Spotorno):
E’ una vecchia guerra fredda quella che abbiamo in corso. L’amico sbirro mal sopporta questa mia libertà di andare e venire quando mi pare con chi mi pare. Lui, l’uomo posatissimo e sposatissimo mi vorrebbe mani, piedi e soprattutto anulare, legato a una qualsiasi brava figliola che mi costringa a poggiare i piedi sulla terra ferma. Che mi metta all’ingrasso e mi obblighi a dormire con il pigiama. Che controlli la mia vita e le faccia sfilare sullo schermo con la colonna sonora di una ininterrotta marcia nuziale. E non lo fa per invidia. E’ solo il risultato dell’interazione tra un senso antico dell’amicizia e gli effetti di un matrimonio felice: il suo.
(a proposito di scrittura creativa e metafore fantasmagoriche):
Accesi la TV per dare una scorsa ai programmi dei film sul Televideo. Sulle reti nazionali non ce n’era uno che valesse il disturbo. Mi avventurai in un safari hertziano nella savana locale: solo televendite e cartomanti in diretta.
(ancora a proposito di scrittura creativa e metafora fantasmagorica):
Mi iniettai per la centesima volta L’isola di corallo. C’è qualcosa di rassicurante nei vecchi film visti e rivisti. Come nel vostro primo ciucciotto.
Appena finì il film mi scopersi una peristalsi combattiva. Azzerai i vegetali e li innaffiai con una birra cecoslovacca.
(ancora sulla scrittura creativa e la metafora fantastica):
I gelsomini, le plumerie e la Stephanotis sparavano emanazioni dense, quasi visibili, che si combinavano nell’aria, e si separavano nelle mie narici, in una cromatografia olfattiva persistente ed evocativa. O, forse, solo immaginaria.
Che spreco! Che spreco stare lì, da solo, avviato verso la fine di un altro weekend in bianco, solitario come un assolo di sax in una periferia urbana, e quasi altrettanto desolante.
Persino il Grande Solitario Marlowe (Philip non Cristopher: hanno in comune il ph perché, in fondo, condividono la stessa acidità di base….), persino Marlowe già a pagina uno di Little Sister vantava almeno la compagnia di un moscone multicolore. Io, al massimo, avrei potuto contare su qualche afide monocromatico, nomade e termocondizionato, fortunosamente scampato al caldo, ai pesticidi, e alla scalogna. Avevo inaugurato in anticipo la stagione invernale. Non solo i weekend in bianco, ma pure le settimane. L’ultimo strillo. Da Lorenzo La Marca, settimane bianche con lo scirocco. L’alternativa sudista a Cortina.
(…)
Dopo attento, specifico, studio degli scaffali DOC della libreria, pescai L’abbonato della linea U e attaccai a leggere. Anche i libri letti e riletti sono una sicura risorsa nelle gelide, lunghe, notti di inverno che ogni tanto imperversano pure a Ferragosto.
(…)
Sotto casa, un gay travestito da etero tentò un approccio per via palpebrale. Ma era del sesso sbagliato. Feci finta di niente e tirai dritto. Vivi e lascia vivere. Odorava di essenza di tuberose, come la Zia Carolina, ma all’ingrosso. E se la Zia Carolina avesse mai sospettato chi un giorno mi avrebbe evocato il suo ricordo, ci sarebbe rimasta secca. Come la volta che lei e la sua amica Agata se ne erano andate alla ABC a vedere Calore, perché qualcuno le aveva detto che era un bel documentario sull’Africa, ed erano uscite dopo dieci minuti e lei aveva scritto al Papa.
(a proposito del tempo atmosferico a Palermo in estate):
Nell’ombra dei vicoli, col sole ormai basso, il caldo non era poi così insopportabile. Lo scirocco era in fase calante. Il giorno dopo sarebbe stato il peggiore, con l’arrivo dell’umidità, e il vento si sarebbe sciolto in una pioggia di piccole gocce d’acqua e di grosse perle di sabbia e di malumore.
(a proposito di Palermo e della mafia):
Vagai su per le balate della vecchia Palermo, fino alle sorgenti della Vucciria, ora semi deserta a parte i gatti che si preparavano alle baldorie notturne. I prospetti di un paio di palazzi antichi erano nascosti da ramificazioni di tubi Innocenti. Magari si partiva alla grande con questo benedetto risanamento del centro storico, di cui si blatera da quarant’anni. Una volta, un professore di Shangai ospite del dipartimento per uno stage, mi aveva chiesto cosa fossero tutte quelle rovine.
- La guerra – gli avevo risposto.
- Mafia bombs?
Quando gli spiegai che mi riferivo alla Seconda Guerra Mondiale e non all’ultima guerra di mafia, mi guardò dubbioso.
(…)
A furia di girovagare, mi ero ritrovato al Massimo. Il che rendeva quasi automatico infilare via Ruggero Settimo. Era un pezzo che non ci mettevo piede. Nonostante lo scirocco, c’era un bel po’ di gente impegnata a macinare le quattro vasche domenicali nel salotto buono: tutte le ascisse e le ordinate della nostra zoologia sciroccale.
Dall’ultima volta si erano estinte almeno un paio di botteghe. Colpa della crisi. In centro, fino a poco tempo fa, di botteghe ne spuntavano in continuazione, di lusso e di extra-lusso. Secondo i tam-tam indigeni, alcune erano a ciclo continuo: spesa, investimento e riciclaggio delle sudate narcolire.
Ancora oggi, con un po’ di esercizio non è difficile riconoscere le narcolire. Le individuate nello sguardo dei malacarne che vi fissano con aria di sfida, mentre a cavallo di un motorazzo che sembra una corazzata, se non vi spicciate a spostarvi sembrano pronti a spianarvi sui marciapiedi di Mondello. Le riconoscete nelle catene d’oro intorno ai loro colli, e nei Rolex che abbattono la dittatura Swatch intorno ai loro polsi; e nei vortici di nobili firme messe insieme tra casco, occhiali, giubbotto, T-shirt, scarpe, e chissà che altro, per parlare solo di ciò che si vede. Le riconoscete addosso alle loro donne, che scendono impellicciate dalle Mercedes fiammanti e magari firmano con una croce.
(a proposito del tempo atmosferico a Palermo in estate):
Sotto i portici, il termometro segnava 33° C. I gradi di Cristo. O le coltellate di Cesare.
(Su di sé):
(…) Le mie tasche sembrano frequentate solo da banconote terzomondiste, che attaccano a frullare e a sbattere le ali pronte a involarsi come allodole, al richiamo di suonatori di pianino, giocolieri, saltimbanchi, mangiafuoco, hobo, strimpellatori, di qualunque strumento, purché da marciapiede, da piazza, da strada, da sotterranea, da banchina, da ponte. Forse dovrei barricarmi in un portafoglio di vero coccodrillo lacrimoso.
(a proposito di scrittura creativa e metafore fantasmagoriche):
La vista delle carni nude in offerta speciale sulle locandine mi riattivò una lieve peristalsi. I vegetali del pranzo erano ormai un rimpianto di memorie gastriche. Lo stomaco è come la RAM di un computer. Lo diceva anche quel tale Ipponate. Entrai in un bar e contemplai la desolazione di là dal banco della rosticceria. Consumai un calzone dal cuore di ghiaccio. O più probabilmente ne fui consumato. Aggiunsi una fetta di crostata dall’aria aggressiva.
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