CENTOCHIODI:
ottobre 4, 2008 on 6:05 pm | In FILM & CINEMA | No CommentsUn giovane e attraente professore universitario di filosofia si rende improvvisamente irreperibile. È infatti ricercato per un reato del tutto insolito: ha letteralmente inchiodato al pavimento e ai tavoli di una biblioteca ricca di antichi manoscritti e incunaboli quegli stessi volumi preziosi che avevano nutrito la sua formazione.

Libri inchiodati, come Cristo sulla croce: “Tutti i libri del mondo non valgono un caffé con un amico”
Eccolo, allora, piantare il suo chiodo, in senso non solo metaforico: trafiggere, cioè, con dei lunghi ferri pagine e pagine di libri ed incunaboli, di tutti quei testi che non sanno più dare risposte al suo cuore.
Mentre i carabinieri lo cercano, il professore trova rifugio sulle rive del Po, a Bagnolo San Vito, adattandosi a vivere in un vecchio rudere alla ricerca irrinunciabile di se stesso, aiutato da una piccola comunità che gli offre riparo e accoglienza.
Centochiodi è uno di quei film che non si dimenticano tanto facilmente. E’ una di quelle opere che uno si sente addosso, quelle che ti spiazzano, che ti lasciano con tante domande, quelle che, quando alla fine le luci della sala si riaccendono, ti lasciano quella piacevole e paurosa sensazione di aver guardato qualcosa di veramente importante. E’ l’ultimo film di un grande maestro che viene da tanto tempo fa, da molto lontano, e anche questo fa assumere a Centochiodi quell’ideale aurea che solo gli addii sanno dare, tanto più se così provocatori, intensi, umani.
“Il titolo nasce da una mia ossessione, che ogni tanto ho, e che è quella di inchiodare qualcuno per impedirgli di fare del male. Non è casuale la scelta dell’ambientazione della storia, perché il Po, come tutti i fiumi, ha una connotazione che lo distingue dal mare che è l’argine. Quando lo varchi ti lasci alle spalle il mondo, e inchiodare qualcosa che è contrario alla tua idea di vita vuol dire anche varcare l’argine. L’ho già dichiarato da tempo: prima ancora di iniziare le riprese sapevo che questo sarebbe stato il mio ultimo film narrativo di messa in scena. Continuerò a fare documentari come quando ho cominciato, più di cinquant’anni fa”. Parola di Ermanno Olmi (ascolta l’intervista integrale di Gianni Canova, Sky Cinema a Ermanno Olmi).
“Le religioni non hanno mai salvato il mondo” è la scritta che campeggia sulla locandina del film. Ermanno Olmi, cattolico, punta il dito contro la dottrina impartita dalla Chiesa attraverso i libri: fiumi di parole la cui interpretazione unilaterale spetta solo agli ecclesiastici, preoccupati di mantenere intatto il loro potere sulle masse, e lontano anni luce dalla semplicità e dall’ amore che predicava Cristo. Lo fa senza bisogno di alzare i toni e senza provocazioni eclatanti stile Scorsese con “L’ ultima tentazione di Cristo”. Lo fa con la forza delle immagini: il protagonista inchioda letteralmente al pavimento i libri dei quali per tutta la vita si era nutrito, e nei quali evidentemente non ha trovato le risposte che cercava.
E’ l’Esperienza Umana che Olmi fa vivere a Raz Degan (l’attore protagonista), chiamato nel film a interpretare la parabola francescana di un giovane professore di filosofia che abbandona biblioteche e automobili di lusso per vivere ritirato lungo gli argini della Civiltà e della Storia. In mezzo alla gente comune. In mezzo alla Natura. Non prima però di aver inchiodato secoli e secoli di sapere.

Libri inchiodati, come Cristo sulla croce
Libri inchiodati, come Cristo sulla croce, ed è questa la scena più suggestiva del film. La risposta è altrove, non sui libri, e il professore lascia tutto, donne, carriera e macchina sportiva, per andare a vivere in un vecchio rudere. Saranno gli abitanti di un piccolo paese, Bagnolo S. Vito, ad aiutarlo, gente per la quale la solidarietà e l’ amicizia sono valori fondamentali. Proprio nella frugalità e nel vivere semplice finalmente il protagonista si troverà a suo agio: per seguire le orme di Cristo, quindi, non solo non è necessario affidarsi ai libri né ai dogmi, ma bisogna allontanarsene il più possibile.
Cosa vuol dirci il settantaseienne regista Ermanno Olmi? Gli preme, ancora una volta, guardare alla Fede attraverso l’uomo. Un uomo liberato dal vincolo del rigore della Legge che, per interessi del tutto umani, si pretende essere metro di tutte le cose. La parola, la parola scritta, codificata nei libri non vale un caffè con un amico. Olmi contro la lettura quindi? Assolutamente no. Olmi contro l’agitare i Libri (di qualsiasi fede e religione) per nascondere dietro quelle pagine, di cui ci si proclama unici e indefettibili interpreti, progetti di egemonia culturale o politica. Il Sacro per il regista è troppo importante per essere chiuso entro limiti. “Ma pur necessari, i libri non parlano da soli” afferma l’epigrafe che apre il film.

Il Professore racconta la Parabola delle Nozze di Cana agli abitanti del Fiume
Chi parla veramente al cuore e alla mente del protagonista, un Gesù Cristo in autoesilio dal mondo freddo della ‘Cultura’, sono quegli umili che vivono sulle sponde del Po (fiume amato da Olmi che già ne aveva cantato la magia in un documentario) che sono capaci di accogliere con piena naturalezza (senza neppure far mancare quella carnalità che può anche sfociare nel motteggio volgare) lo Sconosciuto.
Già, perché, sembra dirci Olmi, ci sono due tipi di conoscenza. Quella costruita dagli uomini nel chiuso di pareti alte e polverose, nell’ottusità e nel conformismo dell’Accademia e dell’angusta autoreferenzialità del mondo culturale, e quella vissuta, enormemente più vicina alla vera natura dell’uomo perché senza livelli di distinzione, senza gradini, né seggiole, né cattedre da cui guardare l’altro dall’alto. E’ la forza dello sguardo basso, di chi si posiziona a guardare il mondo senza un briciolo di sicurezze, ma con il coraggio e l’umiltà di chi vuole veramente fare l’unico vero bagno di conoscenza possibile.
Il protagonista, dopo aver cambiato vita, dirà: “Se mi guardo indietro vedo solo pagine di carta…..Ma tutti i libri del mondo non valgono un caffè con un amico”. E l’ aspetto della convivialità , dello stare insieme, del dividere il cibo e il vino emerge nelle scene in cui l’ex professore è a tavola con i suoi nuovi amici; a pensarci bene il primo miracolo attribuito a Gesù è proprio la trasformazione dell’acqua in vino durante una festa di matrimonio: forse Cristo era più allegro e dedito al divertimento, più umano, ma non per questo meno vicino ai bisognosi, di quanto non ci facciano credere, da secoli, gli uomini di Chiesa, propinandoci una dottrina fatta di sensi di colpa, peccati, sofferenza e sacrificio: al prete – bibliotecario, più affezionato ai suoi manoscritti che alle persone – che lo minaccia di dover rispondere a Dio dei suoi peccati nel momento del Giudizio, il professore risponde: “Forse è Dio che dovrà rispondere a noi di tutti gli orrori del mondo, un Dio che non ha salvato neppure suo figlio dalla croce”.
Le parabole evangeliche della Quaresima, delle nozze di Cana, della Samaritana, dell’Ultima Cena, della Passione rivivono nel mondo contadino dell’Oltrepo mantovano, sfruttando pochissimi elementi narrativi, attraversano le vite di personaggi dalla vita semplicissima (di straordinaria espressività i loro volti), che racchiudono in loro stessi tutta la ricchezza eterna dell’uomo e del mondo, protagonisti affabili e silenti di una natura violentata eppure ancora bellissima: l’acqua, la luna, le fronde degli alberi, il soffio del vento, e lo scorrere lento della Vita, riprese in immagini che contengono tutte le storie possibili, proprio perché non raccontano, non dimostrano niente, ma ci mostrano, e ci fanno guardare. Oltre.
(grazie a Marco Luceri ed Elisabetta Corsini per la critica cinematografica)
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