Non muore Nessuno
ottobre 30, 2007 on 2:05 pm | In LIBRI & LETTERATURA | 2 CommentsVorrei presentarVi un libro, introdurlo nelle Vostre case. Perché accattivante, perché nevrotico, perché non scontato. Un libro caleidoscopico. Un libro da… più punti di vista. A più livelli, a più tonalità. Il libro si intitola: “Non muore Nessuno” ed è stato scritto da Sergio Claudio Perroni .
ASCOLTA una sua intervista alla Radio Italiana Svizzera
Il libro introduce un tema importante: esistiamo solo negli occhi, nella memoria, nel racconto degli altri. Siamo quello che gli altri vedono di noi, e siamo quell’ unico poliedrico che siamo noi nella nostra mente e nei nostri sentimenti quantunque contraddittori. Se chiedeste in giro “Chi è Alessandro Adorno?” intervistando i miei amici, la famiglia, i conoscenti e le amanti, ne ricavereste un ritratto diverso da ognuno di loro. Eppure io sono Io all’interno di me, seppur conscio di esibire “Alessandri” diversi a seconda del mio interlocutore, del contesto e della situazione. Lo diceva bene un grande siciliano: Pirandello…
Quello che di questo libro cattura è la verve creativa che va dalla creazione di idee alla creazione di linguaggi. Leggendo alcuni passaggi di questo libro, oltre che Pirandello, sembra di vedere l’ombra di Calvino all’orizzonte. Si sfogliano le pagine e ci si ritrova in mezzo a molteplici codici e registri linguistici. La prosa passa dal linguaggio parlato, quasi fosse una traslitterazione o lo sbobinamento di una registrazione del sonoro, a linguaggi colti dalla sintassi vertiginosa. Il tutto condito da un uso della punteggiatura che cattura.
Ecco i motivi per cui consiglio la lettura di questo libro e per cui mi piace riproporVi alcune pagine con l’autorizzazione di Sergio Claudio Perroni.
Prima però di farVi leggere alcuni passaggi, vorrei presentarVi Sergio che, fra le altra cose, è un taorminese. Un taorminese gitano. Un taorminese del mondo, dato che per motivi professionali svolazza in qua e in là, sia fisicamente che dalla sua sedia di traduttore e editor.
Sergio ha avuto la cortesia di rispondere ad alcune mie domande che Vi ripropongo:
• Sergio, cosa ti spinge a sederti davanti al tuo laptop e a cercare nell’isolamento le ragioni per comunicare, per voler dire qualcosa all’esterno?
In realtà il mio lavoro mi tiene costantemente sia davanti al computer sia a contatto con la comunicazione come espressione di un sentire: traduzioni, editing e tutto quel che riguarda la scrittura narrativa o poetica. Non è un isolamento, è la normale concentrazione di chi – o per conto proprio come scrittore, o per conto altrui come interprete di scrittori – si dedica alla parola intesa come effetto, veicolo e causa di pensieri.
• I romanzi sono spesso una miscela vincente di auto-biografia e fantasia. Nel tuo romanzo “Non muore nessuno”, quanta auto-biografia, quanta fantasia?
Come lettore ho sempre apprezzato i romanzi a bassissimo tenore autobiografico. Per me la narrativa dev’essere soprattutto emozione e invenzione – e dal Novecento in poi è stato sempre più difficile trovare un autore la cui vita fosse tanto emozionante e fantasiosa da meritare di farsi non solo romanzo ma addirittura romanzo scritto da quell’autore stesso. Nel caso di “Non muore nessuno”, la parte autobiografica è limitata a un 20 per cento, essenziale come recinto realistico in cui sviluppare in maniera plausibile quella che di fatto è una biografia, ma una biografia altrui e inventata.
• Il tuo personaggio è un cinico ma non è uno sprovveduto. Sembra uno che è passato attraverso la vita con la pazienza di chi sa che deve aspettare un tempo affinché le ferite si rimarginino, ma che via via si è attrezzato per non lasciarsi ferire dalle persona che incontra/scontra. Ho detto un mucchio di stronzate sul protagonista?! Chi è R.T. Fex?
R.T. Fex è, come ha scritto un critico, “un eroe allegro e tenebroso”. O, come direbbero gli americani con un’espressione che purtroppo non sono mai riuscito a tradurre adeguatamente, un personaggio “larger than life”. Il suo cinismo sul piano sociale non gli impedisce di amare con una sincerità e una poesia abnornell’adulto che dovrebbe essere, ma naturali nel “fossile di bambino” che lo scopriamo essere.
• Cosa ti sorprende nella gente?
Mi limito al positivo. La velocità di comprensione e la capienza di emozioni.
• Sei un Taorminese vero e il tuo amore per questa città ti ha spinto ad aprire un bellissimo blog (www.taorminaviva.com ) dove i taorminesi che vogliono bene a questa città possono incontrarsi e dibattere liberamente. Mi daresti una tua breve definizione di questa città?
Una bella donna drogata dalla propria bellezza.
• Grazie Sergio!
Per sapere qualcosa in più sul libro e su Sergio Claudio Perroni qui la scheda di approfondimento della Bompiani, casa editrice del suo libro . Se invece vuoi sentirlo parlare, ecco una sua intervista alla Radio Italiana Svizzera
Io, adesso, vorrei solo metter in condizione di gustare qualche passaggio di uno fra molti scrittori siciliani che stanno illuminando la letteratura italiana contemporanea. Buona lettura. Con permesso….
SUL PROTAGONISTA BAMBINO
Conteneva in massa tutto quello che ci si aspetterebbe sull’argomento “faccia”. In massa e per antonomasia, tra l’altro: perché ogni lineamento, ogni particolare di quell’insieme era come se fosse stato scelto fra i più tipici della categoria, vale a dire nella variante più didascalica dell’insieme:più da manuale, appunto. E quindi il naso era ovviamente aquilino, le sopracciglia erano folte, gli occhi erano penetranti, e pure un po’ strabici, le orecchie erano a sventola e la mascella squadrata, e il mento prominente… In pratica gli mancavano solo barba e baffi, ma solo perché era un ragazzino, altrimenti sono sicuro che in quella specie di emporio facciale ci sarebbe stata una barba non solo fluente ma anche miracolosamente in grado di non nascondere la fossetta del mento.
E quindi io diciamo che ero abbastanza affascinato da questa sua faccia così piena di dettagli, no? Che poi in pratica era l’unica cosa che davvero mi colpisse di lui, perché per il resto non era né un ragazzo particolarmente simpatico né particolarmente antipatico, né svogliato né attento: eccezionale in niente, tranne che in faccia.
…
Insomma , non era uno di quei bambini che riempiresti di coccole e proprio per questo ti vengon su belli estroversi, espansivi, solari.
SUL CARATTERE DEL PERSONAGGIO ADULTO
Poi, certo: aveva anche lui le sue asprezze, i suoi momenti di durezza, forse persino di arroganza. Ma in fondo neanche, perché poi la sua non era mai arroganza-arroganza, nel senso che non era mai, non so, disprezzo, o mancanza di rispetto nei miei confronti. No: la sua era più che altro insofferenza, la classica insofferenza delle persone molto intelligenti – che quando non riesci a capire qualcosa reagiscono sempre come se fosse un’offesa personale, come se non volessi capire apposta per farle incazzare. E lui in effetti da questo punto di vista si incazzava spessissimo – perché appunto, pur essendo così intelligente non era in grado di capire una cosa estremamente semplice, e cioè che la gente normale ha bisogno di un sacco di tempo per capire le cose.
…
Quindi disagio dovuto in parole povere a una cronica, ma forse sarebbe più giusto dire patologica, incapacità di entrare in sintonia con tutto ciò che esista fuori dal suo universo, da questo suo strampalato universo di eterno bambino difficile.
SULL’AMORE (dove si sentono alcuni rimandi a Houellenbecq)
Strano, come in certi momenti della vita, si senta il bisogno di qualcuno con cui fare bella figura; e come ci si riesca ad accontentare di chiunque. Bé, proprio chiunque in fondo no: Elisa aveva un bel carattere, forse persino troppo bello per riuscire a interessargli a lungo, soprattutto con quel fisico così insulso. Ecco, sul piano fisico sì che Elisa era qualunque: avrebbe potuto essere vestita o truccata nei modi più sofisticati e sarebbe rimasta sempre anonima, qualsiasi.
…
Sì, continuava a ricordare la rabbia di non avere nulla di meglio di lei con cui misurarsi; così come restava cosciente di come dopo i primi, bestiali impulsi a stupirla e a sedurla non rimanesse mai altro che la vergogna per l’umiliante facilità con cui era riuscito ad affascinarla. Ma erano argomenti labili di una polemica che faceva con sé stesso senza motivo, puntualmente vanificata dalla concreta e attuale voglia di corpo che gli premeva all’inguine.
SULLE DONNE
No, macché debole per le straniere! Quelle dei viaggi di Capodanno erano un caso a parte. E poi anche in generale, non è che avesse delle preferenze: purché fossero belle, gli andavano bene tutte, senza distinzione: bionde, brune, italiane, svedesi… E invece no, aspetti: una distinzione la faceva. Anzi, in effetti ne faceva due. Perché secondo lui per essere veramente belle dovevano avere innanzitutto la pelle bianchissima – ma proprio bianca-bianca, candida (“ha una pelle così di latte” mi diceva sempre quando parlava di una sua morosa di allora, “che quando la tocco ho sempre paura che si versi”). E poi, dettaglio ancora più importante, dovevano essere “minervizzabili”, cioè dovevano essere talmente belle…
Mi-ner-vi-zzabili. Da Minerva, la Dea: ha presente? … Quella col cimiero, esatto. Perché per paicergli davvero dovevano superare la prova – Minerva, cioè dovevano sembrargli belle anche quando uscivano dal bagno con quella che secondo lui era la tenuta femminile più spoetizzante in assoluto, cioè un asciugamano intorno al busto e un altro appunto in testa a mo’ di cimiero. E in questo devo dire che aveva abbastanza ragione, perché per riuscire a far colpo perfino in quelle condizioni bisogna essere proprio belle sul serio, non le sembra?
SUI RICORDI
Perdeva i ricordi.
Li perdeva a ciocche, come capelli. Certe mattine si svegliava e subito trovava pronto il solito martellante interrogativo, lo stesso che lo aveva assillato in sogno fino a pochi istanti prima: “Quanti ancora? E quali?” Quanti e quali ricordi gli sarebbero caduti quel giorno? Di quale piccola e progressiva porzione del suo passato si sarebbe trovato a corto nelle prossime ore?
SULLA MEMORIA
Nelle persone, nei sentimenti e in tutte le altre realtà della nostra esperienza c’è spesso un punto impercettibile a partire dal quale quelle persone, quei sentimenti, quelle realtà cessano per sempre di essere gli stessi. Un punto dal quale in poi diventano un’altra cosa rispetto a come li conoscevamo, se non addirittura l’opposto.
Sono punti elusivi, luoghi infinitesimali; e forse più che veri e propri punti sono meri effetti logici, perché di fatto esistono non in sé ma solo come demarcazione fra il prima e il dopo di quella determinata persona, di quel determinato sentimento. Comunque sia, esistono: e già questo – per me – è un irresistibile stimolo a cercare ogni volta di individuarli, di esplorarli.
In realtà il mio vero sogno sarebbe di abitarli, di potermi insediare in quelle straordinarie terre di nessuno, così meravigliosamente dense di tutto ciò che separano.
SULLA VELOCITA’ DEL PENSIERO
Niente, la questione era che lui in sostanza quella mattina stava passando davanti all’agenzia, giusto? e con la coda dell’occhio aveva diciamo così “sentito” che nella vetrina c’era qualcosa di strano rispetto al solito, qualcosa che non quadrava.
Ora: dal momento di quella prima sensazione a quando poi si era voltato verso la vetrina e aveva effettivamente visto cos’è che non quadrava (e cioè che in mezzo ai pannelli e ai manifesti c’era una persona in carne e ossa), aveva fatto un certo numero di passi. Tre, per la precisione. E durante quei tre passi aveva pensato esattamente cinque cose – cioè aveva fatto cinque considerazioni ben precise tutte ovviamente riferite a quella sensazione che non riusciva ancora a….
…
E insomma niente, in sostanza lui a quel punto era felice perché diceva che era da non so quanti anni che si scervellava per trovare un modo per misurare la velocità del pensiero, solo che non era mai riuscito, diciamo così, a “isolare” nello stesso momento i due parametri che gli servivano per fare l’equazione. Invece adesso – “grazie a me” – aveva da un lato quei cinque pensieri ben definiti e individuali e dall’altro la misura esatta del tempo che c’era voluto al suo cervello per elaborarli. Perciò a quel punto gli bastava semplicemente calcolare a quanti secondi corrispondevano i famosi tre passi, dividere il totale per 5, e il gioco era fatto. O forse no, il contrario: dividere il numero di pensieri per il numero dei secondi…. ? Insomma: gli bastava fare una di queste due cose e il gioco era fatto.
SUL DENARO
…mi sono subito attivato per invitare questo signor Fex a tenere la sua benedetta conferenza, proponendogli appunto come tema la comunicazione applicata al marketing.
Risultato? Zero comunicazione, zero marketing, e quarantotto minuti filati di “denaro come prodotto perfetto”, per dirla con le sue parole. Cioè in pratica te quarti d’ora di totale ridicolizzazione del capitale davanti a una platea di duecento fra i capitalisti più ricchi del Mezzogiorno. Capitalisti che secondo me quella conferenza ancora se la sognano, esattamente come me la sogno io: parola per parola, pure se sono passati dieci anni. Anzi, se mi da un minuto gliene faccio un riassuntino per sommi capi così si rende conto se esagero. Posso?
[…]
Sinteticissimo. Allora: bene sostanzialmente immateriale (anzi, lui per l’esattezza lo definì infondato”) e destinato a un bacino omogeneo, secondo lui il denaro era appunto “prodotto perfetto” innanzitutto perché apprezzato dal mercato nella sua interezza (tranne – e anche qui cito più o meno le sue parole – “piccole nicchie refrattarie ma fortunatamente ininfluenti: anarchici, sognatori, asceti e altre minoranze in via d’estinzione”). Ma soprattutto perché:
a: non ha curva di saturazione né di obsolescenza;
bi: ha un costo di distribuzione prossimo allo zero visto che passa direttamente – e anche qui ovviamente sto citando – “dall’inventore al consumatore”
ci: essendo intrinsecamente “immigliorabile”, non ha costi di ricerca
di: essendo universalmente noto e privo di concorrenti diretti, non ha costi pubblicitari o di fidelizzazione;
e: può contare su un’utenza praticamente inesauribile. La quale utenza – finisco subito – si sforza tra l’altro di ottenerlo in cambio di una quantità di merci incommensurabile e multiforme: “mele, ombrelloni, libri, pompini…” (sono sempre parole sue, quindi le lascio immaginare l’imbarazzo delle gentili signore in sala) “…armi, divani, foche, reni…”
E via di seguito sempre su questo tono.
Che poi, per carità: era chiaramente una chiave di lettura paradossale, lo so benissimo. Ma chi glielo spiegava a quei duecento poveri cristi? Cioè, poveri un corno: però gente che comunque i suoi bei miliardi di “prodotto perfetto” se l’era sudati dal primo all’ultimo. Magari non sempre onestamente, certo, magari non sempre correttamente: ma ciò non toglie che per guadagnarne così tanti s’erano fatti comunque un coso così; per cui , ecco, magari non erano proprio entusiasti di vederseli dipinti come il provento di baratti con “ mele e pompini”.
SUI “CAPOLAVORI DI FANTASIA” DEL PROTAGONISTA DA PICCOLO (ovvero come giocare con la lingua e le parole)
…. Pensi che ancora alle medie continuava a sbagliare a scrivere le parole. Altro che “po’” con l’accento: lui storpiava praticamente una parola su tre!
Che poi era una specie di handicap che si portava dietro da quando era bambino che invece di dire tipo “domenica” diceva “dormenica” . O “fermaforo” invece di “semaforo”. E cose così: “arioplano”… “carnibale”…. “”calendiario”….”cartapulta”…non ne azzeccava mai una. Tant’è vero che io e le mie amiche l’avevamo soprannominato “Pappagone”; e lui anche se era troppo piccolo per sapere chi era Pappagone, capiva chiaramente che lo prendevamo in giro, e quindi ogni volta si metteva a urlare “Non sono Pappagola! Non sono Pappatola!” e se ne scappava a frignare dai grandi.
Grandi che invece loro erano sempre lì a sdilinquirsi, perché in famiglia s’era creato questo mito della “fantasia” di mio fratello, e quindi per loro le assurdità che gli uscivano dalla bocca non erano gli strafalcioni patetici di un mezzo dislessico: no, per loro erano degli autentici capolavori di fantasia. Per cui appena tirava fuori uno dei suoi spropositi… mia madre, mia nonna, le madri delle mie amiche e perfino qualche volta mio padre, che in genere con lui era tutt’altro che tenero, tutti lì a gridare al miracolo: “Hai sentito? Ha detto “l’utile e il divertevole”! Ma che fantasia questo bambino! “ “Come? Lo specchietto vetrovisore?…ma pensa tu che fantasia!”
SUL ROMANZO
La realtà, qualsiasi momento della realtà, qualsiasi segmento della realtà, non è altro che un fascio di singole storie, un intreccio di piste narrative che la innervano e le permettono di esistere. Storie autonome e autosufficienti, che però finiscono oscurate da quella stessa realtà che concorrono a creare, risucchiate nella sua trama collegiale, indifferenziata, che rende quasi impossibile non solo apprezzarle ma anche semplicemente individuarle.
…
Strati si un viatico, di una benedizione. Cenni di storie autentiche che ne sprigionano una fittizia: realtà collegiale e indistinta da cui, come in quei disegni prestabiliti disponendo un tracciato di puntini da unire, scaturisce una vera trama solo da un determinato punto in poi, e solo grazie a quel punto.
SUL TEATRO DELLA VITA E LA VITA DI TEATRO (dove si sente l’eco di Pirandello)
Perché era convinto che nell’istante di passaggio tra uno stato e l’altro (o, per usare la sua espressione, “tra un impostura e l’altra”) ci fosse sempre una specie di rayon vert, una specie di… come dire, di epifania, ecco; ossia che quelle figure diventassero per qualche istante degli esseri meravigliosi a metà tra il personaggio che stava svanendo e la persona che prendeva il suo posto; meravigliosi perché ancora con la nobiltà del personaggio ma senza più averne l’inconsistenza, già con la concretezza della persona ma senza averne ancora le miserie.
ESEMPI DI LINGUAGGIO COLLOQUIALE, “SBOBINATO”
Guardi, una testa di cazzo come ne ho conosciute poche. Cioè, amicissimi – e lo siamo tuttora, anche se poi non ci vediamo quasi mai. Però lui e quell’altra stronza della sua amica, Bronte, Bronta, come si chiamava lei, mi hanno fatto perdere una di quelle occasioni che ancora oggi quando ci penso, guarda… non so cosa gli farei.
Ma andiamo per ordine, come si dice in questi casi.
Dunque, io Fex l’ho conosciuto a Sorrento un’estate di non so più di quanti anni fa, forse una decina… macché: almeno quindici – o forse anche di più…. Ma non è importante, no?…. Meglio, che altrimenti finisce che sto tutto il tempo a cercare di ricordarmi quand’è stato. Comunque io mi trovavo lì a Sorrento per il festival – che poi io in vita mia al festival di Sorrento ci sarò stato al massimo cinque volte, e quella doveva essere la prima volta, quindi diciamo che poteva essere una ventina di anni fa’, qualcosa del genere, ma adesso però non ricominciamo, perché tanto abbiamo detto che non importa, no? Facciamo che una ventina di anni fa’, OK? Bene. Allora: io ero in albergo da certi amici suoi e lui, che ovviamente non era ancora nessuno, un giorno arriva in piscina, mi vede, si avvicina e mi dice una cosa tipo “ Tu sei Alessandro Haber, ti ho visto nel film di villaggio che facevi il commissario di polizia: grandissimo”.
SULL’ABILITÀ DI RIPROPORRE PARLATE, CADENZE E INFLESSIONI LINGUISTICHE: L’italiano frontaliero o italiano italo-svizzero
Bene. Al ritorno, quando ci fermiamo di nuovo al confine, mi fa: “Ina, mentre aspetti la coda posso scendere un attimo a fare pipì?” “Vabene,” faccio io, “Però sbrigati.” E le dico alla Letizia di andare pure lei, così mi prende una stecca di mercedes (che a quei tempi costavano la metà che in Italia, mica adesso che con la storia del cambio ti costano il triplo).
SULLA SCRITTURA “CALVIN-ISTA”
No, macché nel senso di vincerlo – che c’entra?
Battere il tempo nel senso proprio di batterlo, di scandirlo: così mentre suoni hai sempre presente la velocità d’esecuzione ottimale, l’andamento esatto che l’autore ha previsto per quel brano – tac… tac… tac…Chiaro adesso? …. Perfetto. E insomma lui all’epoca s’era fissato che la velocità d’esecuzione ottimale doveva trovarla anche per determinate cose che faceva quand’era in casa. Cose che con la musica non c’entravano niente, ma che secondo lui per riuscire bene andavano appunto “eseguite”, come se fossero dei brani musicali. Per cui, non so: batteva a macchina? Faceva le flessioni? oppure che altro: si lucidava le scarpe? Ecco: finché non trovava quella che secondo lui era la velocità d’esecuzione ideale per quella determinata cosa… trac: ogni volta faceva partire il metronomo e provava a “suonarla” con un tempo diverso.
SULLE DISGRAZIE E SUL SENSO DI COLPA
Premetto che per me le disgrazie degli altri esistono solo se ho una qualche possibilità di contrastarle, o almeno di alleviarne le conseguenze. In caso contrario preferisco ignorarle. So che può sembrare un atteggiamento cinico, ma in realtà è puro e semplice pragmatismo, perché molto presto nella vita mi sono reso conto che la pietà per le sventure del prossimo è un po’ come le reazioni isteriche di fronte alle scene di sangue: nasce quasi sempre dalla paura di subire quella stessa esperienza. Quindi non ha nulla di veramente altruistico e al massimo può servire a regolare i conti coi propri sensi di colpa – e questo sì che lo trovo cinico.
COM’E’ CHE “NON MUORE MAI NESSUNO” ?!
Ma anche per un motivo molto meno nobile, a dire il vero: perché in realtà sentivo che raccontare quella donna era anche l’unico modo che avessi di poterla frequentare. Di potermela tenere accanto. E per me in quel momento era proprio lì la promessa della scrittura: nella possibilità di tenermi vicino qualcuno che finalmente ammiravo, e nella certezza che così non lo avrei mai perduto. Perché nei libri non muore mai nessuno: se un personaggi che ami muore, per resuscitarlo ti basta tornare indietro di un paio di pagine – e sai che lo ritroverai vivo ogni volta che prenderai in mano quel libro e lo riaprirai, non importa quanti anni saranno passati. Vivo e identico, visto che i personaggi non mettono rughe.
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