INDECENTE
novembre 21, 2008 on 5:36 pm | In LIBRI & LETTERATURA | No CommentsUn noir siciliano. Una contraddizione in termini. Un noir alla luce di Sicilia. Solo il frutto di una indecente mente.
Già dalle prime righe appare chiaro che viaggeremo all’interno di un’introspezione psicologica. Sola è la voce della protagonista per tutto il racconto e soli siamo noi nel dubbio che i fatti di cui ci parla siano fatti reali o se siano “semplice mente”, semplici fatti cioè creati dalla e nella sua mente. Il romanzo cammina quindi sempre in bilico fra oggettività e soggettività.
Narrativamente si parte dall’arrivo di una colf migrante ucraina, in una casa sulle pendici dell’Etna dove vive una coppia “normale”, classe media e mediamente agiata.
Subito il personaggio della ragazza ucraina ci viene descritta come ammantata “di una bellezza iniziale, originaria”, “di una bellezza recente”. Ma dal vocabolario antico. Ludmila, questo il nome della ragazza ucraina, usa termini come “turpitudine” o “magnitudine” , termini antichi, da biblioteca ragnatelosa, da abbazia medievale, invece dei più ben comuni “osceno, immorale” e “grandezza, magnificenza”, lessico che è frutto dei suoi studi all’Università di Kiev fatti con chissà quale ottocentesco Katerinov o altro manuale d’apprendimento della lingua italiana.
Il romanzo comincia dall’arrivo di questa ragazza straniera nella vita di una coppia etnea e, nelle prime pagine, è facile cadere nel sospetto che presto il romanzo scivolerà in un superficiale romanzo di corna siciliane, di gelosia
Io vado a letto, sono sfinita.
Io vengo dopo, disse lui.
Loro andavano a letto sempre più tardi di me.
Loro vedevano spesso la TV, che io detestavo.
Loro da un po’ giocavano a scacchi, gliel’aveva insegnato lui.
In quel momento preciso, mentre lavavo i denti, mi accorsi che in casa mia era entrato loro. Non c’era mai stata, prima, questa parola. C’era moltissimo loro, adesso, intorno a me.
(…)
C’era stato un tempo in cui io e mio marito cenavamo a casa con la candela accesa.
E facevamo l’amore. E la mattina, prima di uscire, pensavamo alla nostra cena, tu compri il pesce, io penso al resto, c’è il vino? Io arrivavo prima, stendevo la tovaglia e apparecchiavo per bene, sistemando pure l’insalata come fosse una torta, i pomodori in giro tutti precisi, il mais al centro e le carote intorno. E’ bello preparare l’insalata, sembra di dipingere. A quel tempo seguivo anche un corso di cucina thailandese. E collezionavo le candele, le cercavo già allora quando sembravano cose preziose, e non le trovavo ancora nei supermercati.
C’era stato un tempo in cui mangiando ascoltavamo Pat Metheny, e le tovaglie non erano così macchiate, e a tavola non avrei mai messo l’insalata o il purè in questi recipienti di plastica ingiallita. E la sera non mangiavamo panini davanti alla TV, e mai in piedi davanti al frigo, prendendo le cose con le mani, bevendo dalla bottiglia. E sul divano facevamo l’amore giocando, e giocavamo a fare gli amanti, e la vita era tutta presente, era lì con noi, senza pieghe e buchi nascosti.
Romanzo di gelosia e romanzo di tradimento, in cui il marito – tentato dalla fresca avvenenza della giovane ucraina (“bambina che sognava Adidas e indossava “Alidas” ) ci sembra cedere alla tentazione indecente:
Ludmila braccava l’ombra in giardino o si buttava sul divano con la Bibbia aperta sulle gambe, mio marito saliva in terrazza o la confortava sul divano, le loro voci si confondevano, i contorni tutti si disfacevano, sembravano versi rimescolati senza confini. Non rosicchiarti più le unghie, le diceva, lo vedi che io.. ma le frasi finivano a metà, perché il caldo prosciugava la voce.
(…)
Poi andavo a letto e chiudevo gli occhi come saracinesche. Sentivo le loro voci che si allontanavano, si sfaldavano, e poi finalmente cullata da quei sussurri, mi addormentavo. O comunque cadevo in un benefico dormiveglia.
Poi, quando si faceva sera, riemergevo a tentoni nel mondo. Uscivamo in giardino a cercare riparo sotto il carrubo, ma c’erano nugoli di zanzare che sbandavano sui lampioni e poi atterravano sulle braccia. L’umidità ti si aggrappava addosso come una ventosa Non ricordo di aver mai fatto tante docce, nemmeno lui e Ludmila, che preferivano farle insieme in giardino, a volte giocando come bambini.
Mio marito si preoccupava per Ludmila. Che a questo caldo non era abituata. Andò a bussare alla sua porta per vedere se dormiva, tornò che ero già a letto e feci finta di dormire.
Aveva anche lui l’odore di Ludmila, e mi sentii raccolta in una nuvola di vapore. Pensai che lei forse sognava un fidanzato ricco e italiano, e si chiedeva cosa invece facesse qui. In questa gabbia rovente piena di foglie.
Ma non è così. Non è il “romanzo della gelosia”.
Il romanzo, presto, comincia a mettere sotto i riflettori una delle più grandi malattie del nostro mondo occidentale: l’obbligo (ormai quasi morale ed etico) di “non affezionarsi … perché all’improvviso, nel segno di Buddha, di Cristo o Maometto, ti piantano tutte” (o tutti).
In questo, il libro Elvira Seminara sembra agganciarsi e riprendere alcuni temi de “Il Danno” di Louis Malle: « Ho subito un danno. Le persone danneggiate sono pericolose. Sanno di poter sopravvivere… È la sopravvivenza che le rende tali… perché non hanno pietà. Sanno che gli altri possono sopravvivere, come loro » (Anna Barton/Juliette Binoche, ne “Il Danno” di Luois Malle). La protagonista vive la voglia e il desiderio di una vita diversa, l’ansia del raggiungimento di qualcosa che non ha.
A tratti sembra quasi che quel vuoto sia dovuto dalla mancata accettazione di una vocazione saffica: “Non mia era mai successo di sfogliare una donna con gli occhi, ridurre il mondo allo stato infimo di biancheria” (…) “ Lei allora posò lo scolapasta e si asciugò le mani sul grembiule, puntandomi addosso, come forchette i suoi occhi d’acciaio” (…) “Era di un candore allarmante, impetuoso”. La protagonista sembra profondamente innamorata di Ludmila: ignominia, inverecondia per la cattolicissima Bambina! “Mentre si allontanava nella luce traforata, la vidi spogliarsi con gesti lenti e studiati, la gonna che scivolava mostrando il reggicalze nero, le gambe magre e flessuose fasciate nelle calze a rete, la guepiere di finto pizzo che liberava i seni turgidi e pieni, oppressi dal caldo e dallo sconforto. “
Il romanzo, ancora una volta, ci smentisce i nostri pregiudizi e ci sprofonda nella psiche della protagonista, con i suoi conflitti di auto-stima: “Telefonai al giardiniere, per la terza volta. Poi chiusi al terzo squillo, era troppo tardi, quasi mezzanotte. Mi stesi nuda sul letto, aprii il balcone per farmi accarezzare dalla corrente e chiusi gli occhi. Ma il mio corpo sul lenzuolo mi sembrò gigante, una massa informe e sfibrata. Infilai la camicia e mi raggomitolai verso i balcone”
(…)
….sognando un corpo pulito e leggero come fossi ragazza anch’io, un corpo sottile e originario, quando il ritmo del tempo è solo tuo, è il resto – orari, giudizi, divieti – sono solo convenzioni, scorie e avanzi del mondo degli altri. Senza obblighi di vita e di riproduzione.
Conflitti di auto-stima che a volte sembrano trovare rifugio nel voyeurismo: “Si muoveva nel cortile con un garbo pieno di senso, aveva un maglietta azzurra con una scritta pubblicitaria in polacco, una gonna di cotone a balze che le aveva cucito sua madre e i capelli a cosa di cavallo. Non sapeva che la stavo guardando, dietro la tenda fingevo di sistemare le piante.
Muoveva le labbra, forse cantava, o pregava. Prendeva le lenzuola e tovaglie, le stendeva sul filo, aggiustava gli angoli per farli combaciare. Poi passava le mani sulla stoffa per togliere le pieghe, e metteva le mollette a intervalli regolari.
Quando la bacinella fu vuota, si voltò verso il muro coperto di fiori rossi e avvicinò il viso alle foglie. La vedevo di profilo, non capivo cosa stesse facendo.
Mi spostai. Con la lingua leccava una foglia. Poi ne staccò un’altra dal ramo e curvandola a barchetta la poggiò sulle labbra aperte, il viso chinato indietro, come bevesse qualcosa. Socchiudeva gli occhi con abbandono e piacere poi si leccava le labbra con una specie di sorriso, le spalle al muro, per non cadere.
A quel punto si voltò improvvisamente verso di me. Mi nascosi dietro la tenda. Poi andai in cucina con aria normale.
Mi raggiunse mentre prendevo il caffè, le guardai la bocca. Le sue labbra turgide e piene sembravano ancora più lucide, come le avesse spennellate col rossetto. E sorrideva ambigua e misteriosa.”
(…)
Un voyeurismo saffico: “…Al momento di entrare in auto, non resistevo più. La sua bellezza abulica e rapace. Quelle labbra gonfie, fluttuanti….”

Scene da un Matrimonio di Ingmar Bergmann
Nella narrazione di questa mente indecente non è assente un’analisi introspettiva della relazione coniugale che potrebbe degnamente far da prologo alle Scene da un Matrimonio di Ingmar Bergman: “…In realtà, già pochi giorni dopo quella “cosa”, avevamo imparato a parlare con molta prudenza, a scansare certe parole e certe pause vischiose, per non inciampare nelle trappole della memoria o involontarie associazioni di idee. Per questo ogni dialogo era ormai una specie di gimkana fra le espressioni possibili e quelle vietate, una fatica immensa e ingrata, ancora più difficile perché mascherata e non ammessa.”
(…)
“… Poi mi diede un bacio sulla guancia e io mi chiesi che giorno era, che anno o che mese, la prima volta che lui aveva spostato la bocca. O ero io che avevo spostato la faccia.
La prima volta, cioè che lui aveva smesso di cercarmi le labbra. Se era stato per sbaglio, oppure no, e se lui se n’era accorto….”
(…)
“… E poi, perché non ci cerca più nessuno?
Non era una richiesta, solo una domanda, neutra.
Ma mio marito nel tempo aveva sperimentato dei silenzi speciali. Li fabbricava per proteggermi. Erano capsule, anzi navicelle vuote che si aprivano improvvisamente per me, entravo da sola e fluttuavo nello spazio, senza forza di gravità, né la zavorra delle parole.
Gli ero grata di questi silenzi, sarebbe stato triste se mi avesse risposto che non potevo uscire perché stavo male, perché soffrivo tra la gente. E avevo allontanato le mie amiche perché erano piene dei miei ricordi, e avevano quello che io avevo perduto. Lui sapeva e taceva, e a me bastava. Lui mi guardava immobile in silenzio e mi spingeva in alto coi suoi occhi fissi, poi si riapriva la porticina uscivo dalla navicella, non ci pensavo più. Il mondo mi riaccoglieva muto, mettevo i piedi uno dopo l’altro sui puntini di sospensione, era una pista segreta, ero a terra e basta….”
Ma la protagonista è davvero malata. Malata dentro: “…Da quel filo invisibile spiavo Ludmi che avanza va nel mondo con incantevole forza di gravità, e anche quando faceva disordine riusciva a farlo con esattezza e misura. La sbirciavo mentre si spogliava, mentre si rivestiva, e interrogavo il suo corpo intatto e le sue ragioni, e poi colpevole e confusa, in preda alla nausea, mi ritiravo nel sonno per cancellare il mio corpo ottuso e inadeguato.
Quando cadevo dal filo, per colpa della vertigine, ero assalita dai ricordi….”
“…Sentivo l’inchiostro sbrodolare in testa e macchiare tutti i miei pensieri…”. Quell’inchiostro sembra aver voglia di scrivere ma anche di cancellare quel segreto che non si può pronunciare: “….Aveva detto “dopo”. Sapevo cosa significava. Mi guardava con astio.
Dopo, per mettere ordine, avevo risistemato gli spazi. C’era una stanza che doveva sparire, innanzitutto, e poi per completare la bonifica ero andata oltre. Certi oggetti ricordo, e soprattutto le immagini del nostro prima, perché si era schiantato in quel punto.
Lo so che avevo sbagliato, ma questa ossessione liberatoria lì per lì mi era stata d’aiuto. Una specie di muta terapia….”
Anche la casa in cui il romanzo si svolge, come in Psyco di Hitchkock, ha un peso determinante nello sviluppo di questo noir siciliano: la casa è l’anima. Ed è un’anima che soffre fortemente:
… Io lo sapevo, da qualche tempo la mia casa si muoveva nel sonno come non aveva mai fatto, forse per difendersi dalla morsa dei rampicanti che l’assediavano da tutte le parti.
Dovevo capirla. La mia casa aveva visto e subito tante cose.
Un colpo d’aria improvviso gonfiò la tenda.
Io lascerei il balcone aperto, stanotte.
Come vuoi, ma spegni la luce, per le zanzare.
Buona notte.
Notte.
e, con il passar del romanzo, anche la casa si fa più angosciosa ed angosciante:
“…Ma non è vero, c’era un motivo. Le cose non respiravano, avevano la pelle otturata, la polvere nei giorni si trasformava in un velo lurido e grasso che gli chiudeva i pori. Tutti gli oggetti soffocavano, la superficie si squamava, faceva crepe e si spaccava.
Sui vasi e sui quadri, e sui soprammobili di legno spuntavano croste, piaghe e persino escrescenze…”
e pronta ad ospitare il degno finale di un noir che si rispetti e che, ovviamente, non Vi anticipo.
Mi piace però riassumere il senso del romanzo con le parole stesse dell’autrice Elvira Seminara:
“…appendevamo i nostri pensieri ad asciugare al sole, a sventolare. Era bello. Ma ora non c’era più nessun filo, ognuno aveva la sua rete, rattoppata o rotta…”

Elvira Seminara – L’indecenza
181 pag., 17 € – Edizioni Mondadori 2008 – ISBN 978-88-04-57357-9
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